Perché io credo in colui che ha fatto Cabozantinib (parte 2).

Doveva essere  differente questo articolo, ma qualche episodio di cronaca recente mi ha fatto ripensare alla seconda parte che avevo in mente, così ho deciso di infilarci questo articolo, mentre l’originale sarà la terza parte. Lo so, non ve ne frega nulla, ma in qualche maniera lo dovevo pur cominciare questo post, no?

FDA ha revocato l’approvazione ad Avastin nel trattamento del cancro al seno in quanto i benefici non risultano evidenti e gli effetti collaterali estremamente gravi lo rendono una bomba ad orologeria. Ok, siccome Avastin è approvato per altre indicazioni, nessuno vieta ai medici di continuare ad utilizzarlo off-label… arbitri della vicenda saranno ancora una volta loro, le compagnie assicuratrici che stabiliranno se rimborsare il trattamento  oppure no. Sono un po’ disgustato, portate pazienza.

Oh, per chi sostiene che alla fine è tutta una questione di lobby e mazzette, non è che Roche non potesse pagare o che sia l’ultima arrivata. L’entità del danno è difficile da stimare, in soldoni il mercato di Avastin per questa indicazione potrebbe valere sugli 800 milioni di dollari.

Chiudo con il predicozzo, analizziamo la faccenda.

Già l’approvazione di Avastin non è nata sotto una buona stella, i vantaggi del trattamento con paclitaxel in pazienti con cancro al seno non mostravano sufficienti benefici in termini di estensione della sopravvivenza e gli effetti collaterali, come detto prima, erano difficilmente gestibili. FDA propose quindi un’approvazione condizionata alla conduzione di altri trial a supporto dell’approvazione e lo scorso anno fu l’ODAC ad esprimere contrarietà sull’impiego del farmaco nel cancro metastatico del seno.

Ovviamente il problema dell’alternativa ad Avastin è in primis per i pazienti, chiaro, ma dal punto di vista degli investitori?

Brutto colpo per Genentech dal quale ne usciranno con nuovi trial selezionando meglio gli arruolamenti e continuando la sperimentazione di T DM1 in pazienti HER2+. Brutto colpo perché Avastin è un franchise, un marchio con pochissimi rivali al mondo e che vanta numerose indicazioni terapeutiche, spesso raggiunte con approvazioni accelerate, dalla fase 2 alla commercializzazione (Vismodegib di Curis (CRIS) vi ricorda qualcosa?). Un solo prodotto per diverse forme tumorali. Fino al 2009 il vicepresidente del franchise Avastin è stato J. Scott Garland.

Da qualche settimana questo tizio è vicepresidente di Exelixis (EXEL). Sarà lui ad occuparsi del franchise Cabozantinib.

Due le sfide principali che Garland dovrà affrontare, l’approvazione di Cabozantinib per cancro alla tiroide e l’inizio della prima delle due fasi 3 di Cabozantinib nel cancro alla prostata.

Nel mentre ci piazzano una fase due che coinvolgerà 50 donne con cancro al seno e metastasi ossee. Le pazienti riceveranno Cabo e verranno monitorate ogni 12 settimane, continueranno il trattamento fino a progressione della malattia o tossicità del trattamento. L’obiettivo del trial è quello di capire come il farmaco agirà sulle metastasi ossee, in seconda battuta il tasso di risposta (ORR) , la sopravvivenza (OS), la progressione libera da malattia (PFS), l’effetto di “Cabo” sui marker tumorali e su quelli del rimodellamento osseo, gli eventi scheletrici correlati (SRE) e le risposte valutate con la PET. Come endpoint esplorativo ma di notevole importanza, l’individuazione di biomarker che mostrino l’attività di Cabo nei pazienti.

Per Exelixis questo trial è importante in quanto le ossa sono il luogo dove più frequentemente il tumore al seno crea metastasi e potrà aggiungere importanti informazioni sull’efficacia di Cabo verso queste metastasi.

Cabo già nella fase II nel trial che coinvolgeva soggetti affetti da diverse forme di tumori solidi in stadio avanzato aveva arruolato 20 donne con cancro alla mammella. Di queste venti, due ottennero una risposta parziale e in 15 casi si misurò una riduzione del tumore.

Potrà Cabozantinib diventare un marchio come Avastin?

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